Un museo piccolo piccolo

Le belle sorprese che ti fa la vita: vai a trovare un’amica nella casa appena acquistata in un paesino della collina parmense e ti ritrovi in un borgo di quindici case, alcune antiche, alcune vecchie e altre ristrutturate in modo da sembrare antiche. Dicevo, ti ritrovi a casa dell’amica e leggi un cartello: Piccolo Museo della Canapa “Antica fibra”! chiedo ad Anna se è uno scherzo, una burla e lei mi guarda e scoppia a ridere: “No, no, è un museo, piccolo piccolo ma contiene tutti gli attrezi per la coltivazione e la trasformazione della canapa in tessuto.” “Si può visitare?” chiedo immediatamente. Una frazione di secondo e faccio un salto temporale di almeno settant’anni… inizio degli anni ‘50, ero una bambinetta che seguiva la mamma nei lavori dei campi, aiutavo come potevo. La canapa si coltivava per produrre stoffa con cui fare sacchi per il frumento, grembiuli e teli che usavano i norcini quando veniva a casa ad uccidere il maiale, insomma tela da usare per lavoro perché era forte e spessa. Una volta si usava tessere anche le lenzuola. “Adèssa no, j’én tròpp dfir, i gratèvan la schena tamme la raZura però i gniven mà i i dfirBvan anca quarant’an chi linsòj lé, ti duravano anche 40 anni quelle lenzuola li!”
Ma che fatica e quanto lavoro per arrivare ad avere un filo! Era lunga e faticosa la lavorazione, si seminava in primavera e all’arrivo dell’estate, quando il fusto della canapa superava i due metri veniva tagliato con il falcetto, legati in mazzi e portati in una fossa dove restavo a macerare per diversi giorni, poi li portavi ad asciugare e una volta seccati li spezzavi con una gramola apposita, quindi con vari tipi di pettini di ferro la si rendeva filo, c’era quello che diventava stoppa, il piu grossolano e stopposo appunto e il piu fine e morbido diventava tela. Quindi si passava alla filatura, dalle matasse si ottenevano i gomitoli e poi con un lavoro, riservato a mani espertissime, il filo montato sull’orditoio arrivava sul telaio e qui con giornate e serate di lavoro creavi la stoffa.

gazzetta del cappelletto 38

La sera nella stalla si lavorava continuamente noi donne…. Gli uomini chiacchieravano, giocavano a carte oppure raccontavano storie, e noi tessevamo, filavamo, facevamo gomitoli, srotolavamo matasse oppure si rammendava, si cuciva, altro che giocare a carte! Ricordo che poi fu proibito coltivarla, io da bimba pensavo che fosse a causa del troppo lavoro che richiedeva per ottenere la stoffa, ma non era così, si diceva che quella pianta faceva male, molto male, ti rendeva stupido. Dicevano che era una droga e faceva male, ma se la si vendeva in drogheria! Quando uccidevamo il maiale il papà mandava mio fratello in drogheria: “Va a tòr ell droghi par fér-sò ‘l gugnén” e lui correva in paese in drogheria, che era il negozio di generi alimentari, e Amilcare gli dava uno “scartoccio” di carta marrone con dentro una mistura che conteneva le droghe: pepe nero e bianco, noce moscata, sale… Ma allora perché la droga fa male se al “masèn” la mette nei salami, cotechini, prosciutti e tutto il resto? Qualcosa non tornava, ma dimenticai la domanda presto… ottenni la risposta dopo un decennio, e non mi piacque.

Roberta Scaffardi

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